Dopo l’attacco di Maria Zakharova, che ha collegato il crollo del monumento al sostegno italiano per Kiev, il leader di Azione Carlo Calenda propone un gesto concreto in risposta. La provocazione politica riaccende il dibattito sull’utilizzo dei 2,3 miliardi di euro in asset russi congelati in Italia, e dei più di 200 miliardi a livello europeo.
L’incidente diplomatico tra Italia e Russia, innescato dalle dichiarazioni della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha trovato una nuova e tagliente risposta sul fronte politico interno. Zakharova aveva apertamente suggerito che la riduzione dei finanziamenti ai settori dei Beni culturali e del patrimonio storico italiano fosse causata dall’impiego ingente dei fondi provenienti dai contribuenti italiani a sostegno dell’Ucraina. Di fronte a queste affermazioni, Calenda ha lanciato una proposta che assume il sapore di una contromossa simbolica.
Utilizzando il suo canale X, Calenda ha scritto: “La Russia continua…Una risposta adeguata sarebbe restaurare la Torre dei Conti con i beni sequestrati ai russi. Partiamo da qui”. La proposta di Calenda mira a trasformare l’indignazione politica in un’azione concreta, utilizzando direttamente i patrimoni congelati degli oligarchi e delle entità russe come forma di “risarcimento simbolico” per quanto giunto dai comunicatori politici del Cremlino.
La discussione sull’uso degli asset russi è una delle questioni economiche e legali più delicate affrontate dall’Unione Europea: secondo l’ultimo rapporto dell’Unità di Informazione Finanziaria (UIF), in Italia il valore dei beni riconducibili a personalità russe colpite dalle sanzioni ammonta a circa 2,3 miliardi di euro. Di questa cifra, circa 280 milioni di euro sono detenuti in fondi liquidi mentre la maggior parte è rappresentata da varie tipologie di beni immobili. Allargando lo sguardo al panorama europeo, gli asset russi congelati ammontano a circa 210 miliardi di euro. Nonostante l’enorme potenziale finanziario, tuttavia, gli Stati membri dell’Unione Europea non sono ancora riusciti a trovare una posizione materialmente comune, ideologicamente condivisa e legalmente plausibile sull’utilizzo di questi fondi, soprattutto considerando le possibili ritorsioni in risposta da parte di Mosca che, già da svariato tempo, avrebbe “minacciato” l’Europa di nazionalizzare e vendere i beni occidentali in Russia a fronte di qualsivoglia tipo di confisca.
Damiano Lalli
