di Massimiliano Baglioni
Roma, Palazzetto dello Sport, sabato 24 gennaio – Il colpo d’occhio è quello delle grandi occasioni: tutto esaurito. Ma sarebbe riduttivo fermarsi ai numeri. Con Renato Zero la misura di una serata non sta nella capienza, bensì nella profondità. In ciò che resta addosso quando le luci si abbassano e la musica, invece di finire, continua a lavorare dentro.
“L’Ora Zero” è prima di tutto una dichiarazione di intenti. È il punto limite, l’istante in cui non è più possibile rimandare. Lo spettacolo si apre con un’immagine che non consola: il tricolore sul led wall, simbolo di una patria che dovrebbe proteggere, lentamente scolora fino a diventare bianco. Non è un esercizio estetico, ma una presa di posizione. È una società che perde identità, valori, responsabilità. Non una madre matrigna, ma una madre stanca, distratta, che rischia di non riconoscere più i propri figli.
Renato entra in questo spazio svuotato di colore con la forza silenziosa di chi sente il dovere di parlare. La sua non è un’accusa gridata, ma una coscienza che bussa. “L’Ora Zero” diventa così il filo conduttore di un racconto civile che attraversa senza mediazioni i temi più dolorosi del nostro tempo: il femminicidio, l’infanticidio, la violenza che nasce dall’assenza di ascolto, dall’incapacità di amare, dall’indifferenza. Zero non spettacolarizza il dramma: lo espone con pudore e fermezza, chiamando ciascuno a una responsabilità personale prima ancora che collettiva.
In questo percorso si inseriscono gli intermezzi, veri snodi concettuali dello spettacolo. Luca Ward dà voce all’Ignoto: ciò che non vogliamo vedere, ma che ci riguarda. Gabriele Lavia incarna il Libero Pensiero, quel Renatopensiero che da sempre rifiuta l’omologazione e invita al dubbio come atto di libertà. Le loro parole introducono i brani del nuovo album L’ora Zero, che non fa da semplice cornice musicale, ma diventa architrave morale dello spettacolo.
Eppure, dentro questa riflessione severa, Renato non rinnega la vita. Anzi, la rivendica. I brani della sua storia accendono il Palazzetto: Triangolo, Mi vendo, Madame. I “sorcini” ballano, cantano, si scatenano. Non è evasione, è resistenza. È il corpo che risponde al pensiero, la dimostrazione che la libertà passa anche dal movimento, dal diritto di essere sé stessi senza vergogna.
Verso il finale, il tempo cambia passo. Arrivano Nei giardini che nessuno sa e I migliori anni della nostra vita. È un rallentare necessario, un ritorno all’essenziale. Canzoni che parlano di luoghi interiori, di memoria, di tempo vissuto senza rimpianto. Il pubblico ascolta in silenzio, canta sottovoce, si riconosce.
Poi Ave Maria. Il Palazzetto si alza in piedi. Non è un gesto rituale, è un atto di rispetto. Subito dopo, la dedica di Renato a sua madre. Una madre che non è matrigna, ma coscienza di vita. Origine, protezione, responsabilità. È da lì che tutto parte ed è lì che tutto ritorna. In quella figura materna si concentra il senso più profondo dell’Ora Zero: tornare a prendersi cura, tornare a sentire, tornare umani.
Il Palazzetto resta in piedi, applaude a lungo, ringrazia. Non solo l’artista, ma l’uomo. Per la musica, certo. Ma soprattutto per l’amore che continua a trasmettere, senza sconti e senza paura.
In un tempo che scolora, Renato Zero continua a indicare una strada. L’Ora Zero non è la fine: è l’ultimo momento utile per scegliere la coscienza, la vita, l’amore.
