La parola fine non è ancora scritta, ma il principio sì. La Corte di Cassazione ha riconosciuto ufficialmente il carattere mafioso del clan capeggiato da Michele Senese, meglio conosciuto come ‘O Pazz’, che dalla provincia di Napoli ha conquistato Roma.
Il sodalizio è stato dunque qualificato, a tutti gli effetti, come un’associazione di stampo mafioso.

Per i giudici di primo e secondo grado, le intercettazioni effettuate in carcere durante i colloqui con i familiari hanno fornito una prova decisiva, dimostrando non solo l’esistenza del clan Senese, ma anche il ruolo apicale e incontrastato del suo storico capo.
La sentenza, che chiude in larga parte il processo “Affari di famiglia”, consolida quanto già stabilito in appello bis. Una struttura stabile, gerarchicamente organizzata, capace di esercitare un controllo diffuso del territorio attraverso intimidazione e assoggettamento. Otto ricorsi sono stati respinti integralmente, quattro accolti parzialmente. Tra questi, quello dello stesso Senese, per il quale è stata disposta la rideterminazione della pena. Nessun passo indietro sulla natura mafiosa del clan,
ma un riesame limitato al trattamento sanzionatorio.

Si andrà dunque a un processo d’appello ter, che coinvolgerà il boss, il figlio Vincenzo e altri due imputati. I legali confidano in una riduzione della condanna, sostenendo che alcune circostanze non sarebbero state adeguatamente valutate nella determinazione della pena. Ma il cuore dell’impianto accusatorio resta intatto.

“Affari di famiglia” non è stato soltanto il nome del processo, ma la fotografia di un’organizzazione che, stando alle sentenze, avrebbe saldato legami di sangue e strategie criminali in un unico blocco operativo. Tanto che il procedimento ha acceso i riflettori su un intreccio che, secondo l’accusa, non era soltanto criminale ma anche familiare. In primo piano non solo il capoclan, ma anche la moglie Raffaella Gaglione, il figlio Vincenzo e il fratello Angelo, ritenuti parte di un sistema che avrebbe gestito estorsioni, usura e attività imprenditoriali schermate tra Roma ed il resto del Lazio.

La sentenza della Cassazione rafforza un principio ormai consolidato. Anche Roma ha le sue mafie, con caratteristiche proprie ma riconoscibili nella sostanza.
Resta ora il nuovo giudizio sulla pena, che rappresenta l’ennesimo passaggio di una vicenda giudiziaria lunga e complessa. Un dettaglio tecnico sul piano processuale, ma non marginale per gli imputati coinvolti.
Beatrice Progni