Nella serata di martedì 3 marzo, poco dopo le 20, il primo volo di linea della Etihad proveniente da Abu Dhabi è atterrato sulla pista dell’aeroporto internazionale di Fiumicino. A bordo, circa 200 italiani che erano rimasti intrappolati negli Emirati Arabi Uniti allo scoppio del conflitto tra l’asse USA-Israele e l’Iran. Si tratta del secondo contingente che riesce a toccare il suolo italiano, dopo i 127 connazionali rientrati il giorno precedente tramite un laborioso trasferimento via terra oltre confine. Tuttavia, l’abbraccio dei familiari agli arrivi non è bastato a spegnere la rabbia per una gestione consolare definita da molti “insufficiente”.
Lo scontro con la diplomazia: “Task force inesistente”
Le testimonianze raccolte dall’agenzia LaPresse tra i viaggiatori sbarcati sono un atto di accusa diretto verso il Ministero degli Esteri. Una donna, visibilmente commossa, ha descritto un distacco netto tra le due nazioni: “Mentre le autorità degli Emirati ci hanno trattato con estrema cura, coccolandoci e accudendoci, abbiamo percepito una distanza siderale dallo Stato italiano e dalle ambasciate”.
Secondo i racconti, la task force della Farnesina sarebbe risultata di fatto inoperosa, con numeri di emergenza che non fornivano risposte concrete. “Si sono limitati a inviarci messaggi suggerendoci di raggiungere l’Oman a nostre spese e con mezzi privati — ha denunciato la donna — nonostante i confini fossero ufficialmente chiusi. È stato tremendo vivere quelle notti ad Abu Dhabi sentendosi abbandonati dal proprio Paese”. Questa versione trova riscontro in altre storie di rincorsa verso il confine, come quella di una ragazza che ha dovuto noleggiare un mezzo privato per attraversare il deserto verso l’Oman e sperare in un volo charter.
L’importanza della sicurezza e l’efficienza degli Emirati
In netto contrasto con le lamentele verso l’Italia, emerge un coro di elogi nei confronti del governo emiratino. Molti rientrati hanno sottolineato come, nonostante l’allerta missilistica e la pressione militare, l’organizzazione locale non sia mai venuta meno. Un uomo, atterrato con la moglie e il figlio piccolo, ha espresso gratitudine per il senso di protezione ricevuto: “Gli Emirati Arabi ci hanno fatto sentire al sicuro e non ci hanno mai lasciati soli, garantendo supporto costante per la sicurezza e per ogni nostra necessità fisica e abitativa”.
Questa percezione di “sicurezza garantita” dalle autorità locali ha mitigato lo stress di chi ha dovuto gestire bambini piccoli sotto il rombo dei sistemi di difesa aerea. Per molti, il fatto di essere riusciti a rientrare è una vittoria, ma resta il retrogusto amaro di una diplomazia italiana che, agli occhi di chi era sul campo, è apparsa lenta e impreparata di fronte alla rapidità della crisi bellica.
La sfida dei desk: ancora centinaia i bloccati
Nonostante questi primi rientri, l’incubo non è finito. Negli aeroporti di Dubai e Abu Dhabi si registrano ancora file interminabili ai desk delle compagnie aeree. Centinaia di italiani stanno tentando disperatamente di modificare i biglietti o acquistarne di nuovi a prezzi esorbitanti, in una giungla burocratica dove l’assistenza sembra essere l’ultimo dei servizi garantiti. La pressione sul governo italiano per l’invio di voli di Stato si fa sempre più forte, mentre la polarizzazione tra chi loda gli Emirati e chi accusa la Farnesina continua a montare insieme ai voli che, con estrema lentezza, riportano a casa i superstiti di questa settimana di fuoco nel Golfo.
Damiano Lalli
