ROMA. La storia dell’arte non si scrive solo sulle tele, ma spesso passa attraverso la diffusione delle immagini. È questo il cuore del volume «Maratti invenit et pinxit. Carlo Maratti e l’incisione»,presentato venerdì 13 marzo nella sala Tenerani del Museo di Roma a Palazzo Braschi. Un lavoro curato da Simonetta Prosperi Valenti Rodinò e Benedetta Ciuffa che restituisce dignità a Carlo Maratti (Camerano, 1625 – Roma, 1713), figura centrale del Seicento romano. Alla presentazione, oltre alle autrici, erano presenti Ilaria Miarelli Mariani, Sovraintendente Capitolina, Stefano Papetti delle Collezioni Comunali di Ascoli Piceno e Giorgio Marini di Roma Tre. Il libro svela un aspetto meno noto del pittore: la sua intuizione editoriale. Maratti supervisionò la trasposizione calcografica di molte sue invenzioni, realizzandone 13 in prima persona in gioventù. Il volume si articola in tre sezioni: le invenzioni incise dall’autore, quelle affidate a illustri incisori contemporanei, e circa 400 incisioni d’apres, dai suoi dipinti, realizzate tra XVII e XIX secolo da artisti di diverse nazionalità. Come fa notare la coautrice Ciuffa, Maratti comprese che la fama non si limita alle pareti di una chiesa o di un palazzo, ma viaggia su carta. Maratti, finché in vita, cercó di controllare questo fenomeno ingaggiando i migliori incisori, italiani e stranieri, presenti a Roma: Audenaerde, Chasteau, Ferroni, Frey, Poilly, Vallet, solo per citarne alcuni. Questo studio, rigoroso e documentato, corregge le distrazioni biografiche e colloca il marchigiano non solo come restauratore o pittore accademico, ma come imprenditore di se stesso. La cultura visiva del Seicento deve molto a questa consapevolezza. Roma, attraverso Palazzo Braschi, ha ospitato un tassello fondamentale per la riscrittura di un capitolo spesso sottovalutato della nostra storia artistica. La precisione dei dati e la chiarezza espositiva rendono il testo accessibile, confermando che la ricerca storica, quando è seria, diventa anche narrativa civile. Non semplice cronaca di un evento, ma memoria che si fa strumento di comprensione del presente. Perché conoscere il passato, nelle sue sfumature tecniche e umane, resta l’unico modo per non smarrire la bussola nel tempo che viviamo.
Gabriele Steri
