L’aula del Senato diventa il palcoscenico di un durissimo atto d’accusa contro la politica economica del governo. Durante la dichiarazione di voto sul Documento di Finanza Pubblica (Dfp), il senatore dell’Alleanza Verdi e Sinistra, Tino Magni, ha delineato un quadro drammatico per le tasche degli italiani, parlando di un Paese “sull’orlo della recessione” e di un esecutivo privo di una reale strategia di crescita.
Pil al palo e crisi industriale
Il cuore della critica di Magni risiede nei numeri, definiti “da brividi”. Le stime preliminari dell’Istat sul primo trimestre del 2026 fotografano un Pil fermo allo 0,2%, con una previsione annuale che non supera lo 0,5%. Secondo il senatore, l’Italia sta crescendo a una velocità che è appena un terzo della media europea, segnale di un fallimento delle politiche basate sul rigore e sul rientro anticipato dal deficit. A peggiorare la situazione è il comparto produttivo: la produzione industriale è ferma da mesi e le crisi aziendali sono in costante aumento, lasciando l’economia nazionale in una fase di pericolosa stagnazione.
Lavoro e inflazione: il conto per le famiglie
L’analisi si sposta poi sull’impatto sociale di queste cifre. Nel 2026 si registra un calo degli occupati pari a 30mila unità su base annua, un dato che colpisce con particolare violenza giovani e donne. A questo si aggiunge la fiammata dell’inflazione, tornata al 2,8% nel mese di aprile a causa del rincaro dei prezzi energetici e del “carrello della spesa”. Magni respinge con forza le giustificazioni del governo legate alle tensioni internazionali (come il blocco dello Stretto di Hormuz), sostenendo che la crisi attuale sia invece il risultato diretto dell’inerzia politica degli ultimi anni.
La critica alle priorità del Governo
L’attacco politico si fa poi più ampio, toccando le scelte di bilancio e l’agenda parlamentare. Secondo Avs, il governo avrebbe preferito investire miliardi in armamenti a scapito della spesa sociale, dei salari e delle pensioni. Magni accusa la destra di aver tenuto “in ostaggio” il Parlamento per mesi con riforme come l’autonomia differenziata, il premierato e le politiche sui migranti, definita una “vera ossessione” per Fratelli d’Italia, ignorando nel frattempo l’emergenza demografica e la fuga dei giovani verso l’estero. Anche sul Pnrr il giudizio è netto: risorse ingenti spese male, incapaci di incidere sulla crescita strutturale del Paese.
Cosa prevede il DFP 2026?
Il Documento di Finanza Pubblica 2026, erede del vecchio Documento di Economia e Finanza, approvato dal Consiglio dei Ministri a fine aprile delinea una strategia improntata alla prudenza estrema e al rientro dal deficit, condizionata da un contesto internazionale instabile. Il governo ha rivisto le stime del PIL per il 2026, portandole allo 0,6%, anche se l’Istat ha segnalato uno 0,2% nel primo trimestre. È una frenata rispetto alle previsioni più ottimistiche dei mesi scorsi. L’obiettivo principale di Giorgetti è portare il deficit al 2,9% nel 2026, scendendo finalmente sotto la soglia del 3% imposta dalle regole europee. Questo dovrebbe permettere all’Italia di uscire dalla procedura per deficit eccessivo entro il 2027.
Nonostante il rigore, il rapporto debito/PIL è previsto in aumento fino al 138,6% per il 2026. Il governo attribuisce questa crescita quasi interamente all’eredità dei vecchi bonus edilizi, seppur alcuni dati non confermino minimamente queste tesi, che continuano a pesare sulle casse dello Stato. Il DFP conferma il taglio del cuneo fiscale e le misure a sostegno dei redditi bassi, ma ammette che per fare altro servirà “flessibilità”, ovvero nuovi tagli o riprogrammazioni di spesa (inclusa quella per la difesa).
Perché la critica di Tino Magni regge?
L’affondo del senatore di Avs non è solo retorica politica; si basa su alcune fragilità strutturali del documento che anche gli analisti indipendenti, come l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, hanno evidenziato.
La critica regge perché il DFP è un documento prettamente contabile. Si concentra su come far quadrare i conti (il “rigore”) ma non indica quali settori dovrebbero trainare l’economia. Senza nuovi investimenti produttivi o una strategia per la crisi della produzione industriale, l’accusa di “tirare a campare” trova riscontro in un PIL che cresce a ritmi da prefisso telefonico. Mentre l’area Euro mostra segnali di ripresa più decisi, l’Italia sembra intrappolata in una crescita dello 0,5-0,6%. Se la media UE è significativamente più alta, significa che il nostro Paese sta perdendo competitività. Questo dà forza all’argomento di Magni secondo cui il problema non è solo il contesto internazionale, ma la mancanza di riforme interne efficaci. I dati sul calo degli occupati, che ammontano a -30mila su base annua, e un’inflazione che torna a mordere al 2,8% creano un corto circuito: il governo vanta la tenuta dell’occupazione, ma i numeri del 2026 iniziano a mostrare crepe, soprattutto per giovani e donne. Quando l’inflazione sale e i salari restano fermi, la percezione dei cittadini è che “si stia peggio di prima”, rendendo l’attacco di Avs molto efficace a livello comunicativo.
E infine, sostanzialmente, Usare il Superbonus come “capro espiatorio” serve al governo per giustificare un Documento di Finanza Pubblica privo di nuove ed effettive misure espansive. Gran parte dell’impatto “catastrofico” sui conti che il governo cita oggi è in realtà già stato assorbito negli anni passati. Continuare a citarlo come emergenza corrente è, secondo le opposizioni, un modo per nascondere le difficoltà di gestione del 2026.
Damiano Lalli
