Ciò che è andato in scena al Teatro Kopó è stato molto più di uno spettacolo teatrale: è stata la restituzione di un mondo. Un mondo fatto di mamme presenti, di vicini che diventavano famiglia, di bambini che giocavano per strada fino a quando il cielo non decideva di interrompere tutto con un temporale improvviso. Un mondo costruito sui profumi del mercato, sulle voci che riempivano le strade, sul pane che passava di casa in casa e su quella solidarietà spontanea che non aveva bisogno di essere spiegata perché faceva semplicemente parte della vita quotidiana.

Col tatuaggio sul cuore – Quadraro Mio, scritto e diretto da Rosella Mucci e Paolo Sparacino, accompagna il pubblico lungo ottant’anni di storia del Quadraro. Ma sarebbe riduttivo fermarsi qui.
Perché ciò che emerge dal palco non è soltanto la memoria di un quartiere. È la memoria di una comunità. Ed è proprio la coralità degli interpreti a rendere questo racconto così autentico. Nessuno cerca il protagonismo. Nessuno si prende la scena per sé. Ognuno porta un pezzo di storia, un ricordo, una voce, un frammento di umanità che si intreccia con gli altri fino a comporre un grande racconto collettivo.

Il protagonista, infatti, non è mai il singolo personaggio. È il Quadraro. Con le sue contraddizioni. Con la sua semplicità. Con la sua straordinaria capacità di trasformare le differenze in appartenenza. Per capire davvero l’anima di questo luogo bisogna partire dalla sua storia. Quella vera. Quella che durante l’occupazione nazista portò il Quadraro a essere definito “Nido di Vespe”. Non era una definizione casuale. I tedeschi avevano compreso che tra quelle strade viveva una comunità che non aveva paura di resistere. Uomini e donne che proteggevano partigiani, perseguitati, renitenti alla leva. Persone comuni che compirono scelte straordinarie e che pagarono quelle scelte con il sangue, il dolore e le deportazioni.

Una storia che appartiene alla memoria del quartiere e che, in qualche modo, sembra averne plasmato il carattere. Dentro questa storia vive anche Cecafumo. Una parte del Quadraro, un nome che ancora oggi custodisce racconti, identità e appartenenze. Una delle anime popolari di quel mondo che lo spettacolo restituisce con affetto e rispetto. Ma il merito più grande di ciò che va in scena è forse quello di raccontare il Quadraro non attraverso i grandi eventi, ma attraverso le persone. Attraverso le vite. Attraverso quelle figure che restano nella memoria collettiva perché raccontano meglio di qualsiasi cronaca l’identità di una comunità. È il caso di Claretta, ricordata come il primo travestito del Quadraro. Ed è proprio attraverso il personaggio che ne rievoca la memoria che arriva una delle frasi più significative dell’intero spettacolo: “Il Quadraro a quelli come noi gli ha voluto sempre bene”. Non è soltanto una battuta. È una dichiarazione d’identità.

 

Perché Claretta non viene ricordata come una diversità da tollerare ma come una presenza appartenente alla comunità. Una persona che faceva parte del quartiere esattamente come gli altri. E accanto a Claretta emerge il ricordo della Madonna. Una ragazza che percorreva le strade del quartiere con un bambolotto stretto tra le braccia. Una figura che altrove sarebbe probabilmente diventata bersaglio di scherno, derisione o emarginazione. Al Quadraro no. Al Quadraro era semplicemente la Madonna. Una delle tante anime che abitavano quelle strade. Una persona da accogliere, non da giudicare.

Ed è forse qui che lo spettacolo trova il suo significato più profondo. Perché non racconta soltanto un quartiere. Racconta un modo di guardare gli altri. Un modo di vivere insieme. Un modo di essere comunità.

Scorrono così immagini che appartengono alla memoria di intere generazioni. Il mercato con i suoi colori e i suoi profumi. Le urla dei venditori. Le donne che si fermano a parlare. Le giornate piene di gioventù. I bambini che giocavano per strada. Il cestino del pane che passava da una casa all’altra come fosse la cosa più naturale del mondo. Piccole cose. Piccoli gesti. Piccole abitudini. Ma sono proprio quelle piccole cose ad aver costruito un senso di appartenenza che oggi sembra sempre più raro. Viene spontaneo pensare che nella vita esistano due famiglie. Quella nella quale nasciamo e quella nella quale cresciamo.
Al Quadraro queste due famiglie spesso coincidevano. Oppure si intrecciavano fino a diventare una sola. I vicini erano un’estensione naturale della casa. Ogni adulto rappresentava un punto di riferimento. Ogni strada diventava uno spazio educativo. Ogni cortile una palestra di relazioni umane. Era una macrofamiglia. Non una definizione poetica. Una realtà quotidiana. Ed è per questo che Col tatuaggio sul cuore non genera nostalgia. La nostalgia guarda al passato e si limita a rimpiangerlo.

Qui accade qualcosa di diverso. Nasce la consapevolezza. La consapevolezza di quanto valore ci fosse in quella normalità. Nella presenza delle madri. Nella solidarietà dei vicini. Nella certezza di non essere mai davvero soli. Nella possibilità di crescere dentro una comunità che sapeva esserci. Le periferie, quelle autentiche, continuano ancora oggi a custodire parte di questo patrimonio umano. Sono state e saranno sempre luoghi di inclusione, socialità e condivisione. Luoghi dove spesso si comprende prima di giudicare. Dove l’umanità conta più delle etichette.

Alla fine ciò che resta non sono i personaggi. Non è Claretta. Non è la Madonna con il suo bambolotto. Non sono i colori del mercato o il cestino del pane che passava di porta in porta. Ciò che resta è l’idea di una comunità capace di accogliere senza giudicare. Di un quartiere che non chiedeva spiegazioni per decidere se una persona meritasse rispetto. Di una periferia che ha saputo essere famiglia. Per questo Col tatuaggio sul cuore non racconta soltanto ciò che il Quadraro è stato. Ricorda a tutti noi ciò che, forse, stiamo rischiando di smettere di essere. E quando si spengono le luci del teatro, il vero tatuaggio evocato dal titolo non è quello della memoria. È quello dell’umanità. Quella che il Quadraro ha custodito per ottant’anni e che, per una sera, è tornata a battere davanti agli occhi del pubblico.
Massimiliano Baglioni