Una lettera privata inviata ai propri studenti subito dopo la pubblicazione dei quadri della maturità, quando gli esami erano ormai conclusi e quei ragazzi erano diventati a tutti gli effetti ex alunni, maggiorenni e liberi cittadini. È bastato questo a trasformare un professore di latino e greco dello storico liceo classico Vivona, nel cuore del quartiere Eur a Roma, nel centro di un caso politico e istituzionale che sta infiammando l’intera comunità scolastica della Capitale. L’Ufficio Scolastico Regionale ha infatti avviato un’ispezione formale sul docente, arrivando ad ascoltare alcuni degli ex studenti in merito alle sue condotte e alle sue parole. La decisione ha scatenato un’immediata ondata di indignazione e protesta da parte dei colleghi del Vivona e di decine di docenti di altri prestigiosi istituti romani, i quali si sono schierati compatti a difesa della libertà di espressione del professore, sollevando un caso che valica i confini della scuola per trasformarsi in una battaglia di civiltà e di sensibilità morale.

Il testo della discordia: l’appello a restare umani tra Virgilio e la Striscia

Il messaggio del docente, ricco di colti riferimenti letterari che spaziano da Virgilio a Eugenio Montale, intendeva essere un augurio e un monito per il futuro di ragazzi pronti a fare il loro ingresso nell’età adulta e nelle università. Nella missiva il professore esordiva con un affettuoso riconoscimento per il percorso compiuto, scrivendo esplicitamente: «Ho visto i quadri degli esami, molto bene, brave e bravi. Avete vissuto questi tre anni di liceo mentre si compiva lo sterminio nella Striscia. Quello che è successo nei confronti della popolazione civile innocente, dei bambini, degli anziani, delle donne, dei medici, dei giornalisti, non dimenticatelo».

Il professore giustificava questo accorato appello ricordando il ruolo di futura classe dirigente dei suoi interlocutori, spiegando che alcuni di loro occuperanno posizioni di potere, diventeranno dirigenti di importanti aziende e maneggeranno capitali. La lettera si chiudeva poi con un tono cameratesco e informale, del tutto sganciato dalle dinamiche del voto o dell’autorità scolastica: «Se vi va, ci vediamo al cinema e ci scambiamo libri. Se qualcuno è bravo a tennis, possiamo giocare. Ma bravo, sennò mi annoio».

La grande mobilitazione: la difesa dei prof e il no dei ragazzi ai “delatori”

La reazione del corpo docente del liceo Vivona e dei sindacati è stata durissima nei confronti dell’ispezione ministeriale. I professori hanno contestato la natura stessa del provvedimento, evidenziando come si trattasse di una comunicazione puramente privata, avvenuta dopo la fine degli esami e la pubblicazione degli esiti, in cui un ex insegnante invitava semplicemente i ragazzi a rimanere vigili e consapevoli di fronte alle atrocità e alle violenze commesse dai forti contro i deboli. Per i docenti non si tratta di una questione legata alla libertà di insegnamento, bensì di una grave ingerenza nella libertà di espressione personale. La solidarietà è arrivata immediata dai professori di moltissimi altri licei romani, dal Socrate al Lucrezio Caro, dall’Augusto al Cannizzaro, fino al Morgagni e all’Anco Marzio, che hanno firmato documenti congiunti definendo le parole del collega come un gesto di assoluta responsabilità politica e morale.
Al fianco del docente si sono schierati con altrettanta fermezza gli stessi studenti del Vivona, che hanno rifiutato fermamente di prestarsi a logiche inquisitorie contro i propri formatori, dichiarando pubblicamente: «Non saremo delatori contro i lavoratori della scuola perché siamo alleati nella lotta per una formazione e un mondo più giusti».

Una presa di posizione forte, di fronte alla quale gli insegnanti che hanno preso le difese del collega hanno risposto con un gesto dal profondo valore simbolico, chiedendo pubblicamente scusa ai ragazzi e sottolineando con amara ironia come talvolta gli adulti sbaglino, specificando chiaramente che non stavano affatto parlando del professore oggetto dell’audizione.

Damiano Lalli