Insulti, parolacce e attacchi personali popolano sempre più spesso le discussioni online. Ma criticare non significa offendere: il rispetto dovrebbe valere anche dietro uno schermo.

Basta aprire un social network e scorrere i commenti sotto una notizia, una fotografia o il post di un personaggio conosciuto. Accanto alle opinioni e al normale confronto, sempre più spesso compaiono insulti, parolacce, giudizi sull’aspetto fisico, sull’età, sulle scelte personali e persino sulla vita privata. Una violenza verbale che sembra essere diventata quasi normale e che pone una domanda semplice: abbiamo dimenticato come si parla agli altri? Il problema non riguarda soltanto i personaggi pubblici. Le discussioni online possono trasformarsi rapidamente in scontri anche tra persone comuni. Basta un’opinione politica, una partita di calcio, una notizia di cronaca o semplicemente un punto di vista diverso perché il confronto lasci spazio all’aggressività. Dietro uno schermo, probabilmente, si dicono cose che difficilmente verrebbero pronunciate guardando qualcuno negli occhi. Ed è proprio questa distanza a rendere spesso più facile oltrepassare il limite. Un commento viene scritto in pochi secondi, si preme “pubblica” e si passa oltre. Ma dall’altra parte dello schermo c’è comunque una persona.

Criticare non significa insultare

Il tema non è impedire il confronto o limitare la libertà di esprimere la propria opinione. Si può criticare un comportamento, contestare un’idea, dissentire anche con decisione. Il confronto fa parte di una società libera e i social hanno ampliato enormemente la possibilità per tutti di prendere la parola. Ma esiste una differenza tra dire “non sono d’accordo” e attaccare personalmente qualcuno. Quando la discussione si sposta dall’argomento alla persona, quando entrano in gioco offese, umiliazioni, giudizi sul corpo o sull’età, non siamo più davanti a un semplice confronto di opinioni. La libertà di parola non dovrebbe trasformarsi nella convinzione che qualsiasi parola sia accettabile.

Un problema che riguarda anche gli adulti

Quando si parla di educazione digitale, l’attenzione viene spesso rivolta soprattutto ai ragazzi. Si discute di cyberbullismo, uso consapevole dello smartphone e comportamento dei più giovani sui social. Eppure basta leggere molte discussioni online per rendersi conto che l’aggressività non ha età. Anche gli adulti insultano, deridono, provocano e utilizzano un linguaggio che difficilmente rappresenta un buon esempio per le nuove generazioni. L’educazione digitale, quindi, non può essere considerata soltanto un problema dei ragazzi. Se chiediamo ai più giovani di rispettare gli altri online, lo stesso comportamento dovrebbe essere mostrato dagli adulti.Perché i bambini e gli adolescenti imparano anche osservando.

La gentilezza vale anche dietro uno schermo

Forse parlare di gentilezza nell’epoca dei social può sembrare qualcosa di antico o persino ingenuo. Eppure non significa rinunciare alle proprie idee né evitare le discussioni. Significa semplicemente scegliere come esprimerle. “Grazie”, “per favore”, “scusa” sono parole che appartengono alla vita reale, ma il principio che rappresentano dovrebbe accompagnarci anche nel mondo digitale: riconoscere che davanti a noi, o dall’altra parte di uno schermo, esiste un’altra persona. Prima di pubblicare un commento potrebbe allora essere utile porsi una domanda: diremmo le stesse parole se quella persona fosse seduta davanti a noi? Non servirà a eliminare la violenza dai social, ma potrebbe essere un piccolo esercizio di responsabilità. Perché internet ha cambiato il modo in cui comunichiamo, ma non dovrebbe cambiare una delle regole più semplici della convivenza: si può essere in disaccordo senza il perdere il rispetto.
Ottavia Lavino