Uno strattonamento, un rimprovero che diventa un urlo, poi uno schiaffo al quale segue smarrimento e paura. No, non è la scena di un film dell’orrore, ma una realtà che abbiamo imparato a conoscere attraverso le immagini di telecamere e sui giornali con cronache in prima pagina, quando a essere maltrattate sono anime indifese, come le persone anziane con occhi imploranti d’amore e sguardi smarriti affidate proprio alle cure di chi, invece, avrebbe dovuto assisterle e proteggerle. Scene raccapriccianti che ci fanno rabbia, ma spesso ci manca il coraggio di restare a guardarle per qualche secondo ancora. Quella persona seduta su una sedia, incapace di reagire, potrebbe essere nostro padre e quella donna che non riesce più a raccontare ciò che le accade potrebbe essere nostra madre; E ancora, quella mano che oggi trema mentre cerca un bicchiere d’acqua potrebbe essere la stessa che molti anni prima teneva la nostra per insegnarci a camminare e la stringeva per sostenerci in un momento di difficoltà. E questo può rendere certe immagini quasi insopportabili al solo pensiero, ma non basta…la dignità non chiede parentele.

Non dovrebbe essere necessario riconoscere in quelle persone qualcuno che amiamo per sentirci toccati da quanto di sovente accade. Dietro ogni anziano c’è una storia che non conosciamo: affetti, sacrifici, errori, dolori, scelte e forse anche perdite. C’è una persona che ha vissuto la propria vita e proprio nel momento in cui diventa più fragile e dipendente dagli altri non deve perdere per questo il diritto alla propria dignità e al rispetto. Eppure, è proprio pensando ai legami più vicini a noi che possiamo comprendere fino in fondo quanto profondo possa essere il cambiamento imposto dal trascorrere inesorabile del tempo. La vecchiaia compie talvolta una dolorosa inversione dei ruoli. Chi ci ha protetto diventa colui che
deve essere protetto, chi ci accompagnava deve essere accompagnato e chi decideva per noi può arrivare a dipendere da un’altra persona persino per alzarsi dal letto e svolgere anche solo quelle che sono le attività primarie. È una condizione di dipendenza da cui nasce una delle forme più profonde di vulnerabilità, perché uno schiaffo dato a chi non può difendersi non è soltanto violenza fisica, ma un vile abuso imperdonabile.

A volte non rimane nemmeno un testimone e a raccontare ciò che accade è una telecamera. E neppure una telecamera basta sempre a proteggerli. Chi assiste può conoscerne la presenza e persino l’inquadratura, compiendo certi gesti dove crede di non essere visto. A volte, però, sbaglia i calcoli. Ed è allora che una famiglia scopre ciò che accadeva dentro casa propria e la domanda diventa inevitabile: a chi abbiamo affidato il nostro caro? Scegliere una badante non significa semplicemente trovare qualcuno disponibile per alcune ore o disposto a vivere nella stessa casa di un anziano, ma è un affidamento esistenziale perché significa consegnare a una persona inizialmente estranea una parte enorme della vita di un altro essere umano consentendole di entrare nella dimensione più intima della malattia, della nudità, della paura e della
confusione. Le affidiamo le chiavi di casa, farmaci, pasti, cadute e notti insonni. Ma cosa significa davvero “selezionare” una badante direttamente o attraverso un’agenzia? Un curriculum, un documento, le precedenti esperienze, una referenza telefonica e un colloquio possono raccontare molto, ma resta da capire chi verifichi concretamente quelle esperienze e contatti davvero le famiglie presso le quali la persona ha lavorato. E soprattutto, chi cerca di comprendere come reagirà quella stessa persona davanti alla frustrazione, alla stanchezza o ai comportamenti che alcune patologie possono provocare, quando un anziano chiama per la ventesima volta, si rifiuta di mangiare o di lavarsi oppure ripete continuamente la stessa domanda?

Perché saper assistere una persona non significa soltanto saperla sollevare correttamente dal letto o occuparsi della sua igiene, significa anche riuscire a non perdere la pazienza quando per la cinquantesima volta domanda che giorno è. Il problema diventa più complesso, perché non è prevista in via generale una specifica qualificazione professionale obbligatoria nell’assunzione privata di un lavoratore domestico per svolgere il lavoro di badante e, sebbene esistano percorsi formativi e competenze professionali certificabili, la preparazione tecnica non risponde da sola alla domanda forse più inquietante: come si valuta la capacità di una persona di gestire quotidianamente la fragilità di un altro essere umano?

E allora, quando leggiamo espressioni come “personale accuratamente selezionato”, quali verifiche concrete si nascondono dietro quelle parole? Tra una formula rassicurante e una selezione realmente rigorosa può esserci una distanza enorme che fa tutta la differenza di questo mondo. Un primo passo verso una maggiore professionalizzazione dell’assistenza familiare è stato compiuto a livello nazionale. Con il decreto interministeriale del 19 settembre 2025 sono state adottate le Linee guida nazionali per la definizione degli standard formativi degli assistenti familiari, con l’obiettivo di rendere più omogenea la formazione sul territorio e migliorare la qualità dell’assistenza alle persone anziane non autosufficienti. Spetta però alle Regioni, nell’ambito della propria autonomia, adeguare progressivamente i propri percorsi a questi riferimenti.

Nel Lazio, lo scorso luglio, è arrivato un nuovo riferimento per la qualificazione professionale di chi svolge assistenza familiare. Con la determinazione G10761 del 30 luglio 2026 la Regione ha approvato uno standard professionale e uno standard minimo del percorso formativo dell’“Assistente familiare”. Un profilo che non riguarda soltanto i compiti materiali dell’assistenza: comprende il supporto emotivo e relazionale, la gestione delle emozioni e dello stress, la capacità di ascolto, le tecniche per rassicurare e confortare e la capacità di evitare o gestire situazioni conflittuali. La Regione ha quindi definito quali competenze, anche relazionali ed emotive, debba possedere chi consegue la qualificazione professionale di assistente familiare. Ma quella qualificazione non costituisce, in via generale, una condizione obbligatoria per poter essere assunti come badante. Di conseguenza, una famiglia può ancora trovarsi ad affidare una persona fragile a qualcuno che non ha seguito quel percorso formativo né sostenuto le relative valutazioni.

Diverso, naturalmente, è il caso di chi si prende cura di un proprio familiare. Qui il tema riguarda chi dell’assistenza fa una professione. E allora una domanda sorge spontanea: se esistono ormai standard formativi, percorsi di qualificazione e sistemi di certificazione delle competenze, perché una preparazione specifica di questo tipo non costituisce un requisito generale per chi viene assunto privatamente per assistere professionalmente una persona non autosufficiente? Nessuna procedura potrà garantire in assoluto il comportamento futuro di una persona, ma affidarsi non dovrebbe significare affidarsi alla cieca. E per non generalizzare è doveroso evidenziare che ci sono donne e uomini che accarezzano una fronte senza che nessuna telecamera li riprenda, ascoltano cento volte lo stesso racconto e, quando quell’anziano muore, qualche volta lo piangono insieme ai suoi figli.

Anche chi assiste deve quindi essere rispettato e tutelato attraverso contratti regolari. Comprendere la fatica di questo lavoro, tuttavia, non significa cercare attenuanti alla violenza: la stanchezza può spiegare un limite, ma non potrà mai giustificare in nessun modo uno schiaffo. Alla fine, rimane una domanda molto più semplice, forse proprio per questo la più difficile da eludere: “La persona che mi state proponendo, voi la affidereste a vostra madre?”. Perché prima dei contratti, dei curriculum e delle qualifiche esiste una responsabilità che nessuna procedura amministrativa può cancellare.

Un giorno, infatti, potremmo essere noi quella persona seduta sulla poltrona. Potremmo essere noi a ripetere una domanda dieci volte, a non ricordare dove ci troviamo, a rovesciare un bicchiere, a impiegare troppo tempo per vestirci o ad avere bisogno che qualcuno ci accompagni in bagno. E quel giorno non ci importerà sapere se siamo diventati difficili, ma soltanto sentire che, nelle mani di quel qualcuno ci sentiamo davvero al sicuro. Perché dietro quella fragilità c’è ancora la stessa persona. E perdere la forza di difendersi non significa perdere il diritto di essere rispettati e accuditi con gentilezza.
Dorotj Biancanelli