Milioni di cittadini vivono, lavorano e usufruiscono dei servizi di un ente territoriale che incide concretamente sulla loro vita, ma non hanno alcun ruolo nella scelta del suo vertice politico. È il paradosso delle Città metropolitane. E a Roma il problema riguarda direttamente migliaia di cittadini della provincia.
La questione nasce dalla legge 7 aprile 2014, n. 56, la cosiddetta legge Delrio, che stabilisce, all’articolo 1, comma 19, che «il sindaco metropolitano è di diritto il sindaco del comune capoluogo».
Non esiste, dunque, un’elezione separata del sindaco metropolitano. Il cittadino di un Comune della provincia vota per il proprio sindaco, ma quel voto non contribuisce in alcun modo alla scelta di chi sarà chiamato a guidare la Città metropolitana.
Ed è qui che si apre un’evidente questione democratica.
Il sindaco metropolitano esercita infatti funzioni che riguardano l’intero territorio: dalla pianificazione territoriale alla viabilità, dall’edilizia scolastica alla tutela ambientale, dai trasporti allo sviluppo economico. Decisioni che producono effetti concreti sulla vita quotidiana dei cittadini che risiedono in decine e decine di Comuni.
Eppure quei cittadini non partecipano alla scelta del vertice dell’ente che assume tali decisioni.
Siamo di fronte a una democrazia a metà.
Un sistema che esclude i cittadini della provincia
È necessario essere precisi: neppure i cittadini del Comune capoluogo votano una scheda specifica per scegliere il sindaco metropolitano.
Votano il sindaco di Roma Capitale e, per effetto automatico previsto dalla legge, chi viene eletto sindaco del capoluogo assume anche la carica di sindaco della Città metropolitana.
La conseguenza, tuttavia, è evidente: l’elezione comunale del capoluogo determina automaticamente anche il vertice dell’ente metropolitano, mentre i cittadini degli altri Comuni, pur essendo amministrati dalla Città metropolitana, sono completamente esclusi da quel procedimento.
Non si tratta quindi soltanto di una questione politica. È una questione di rappresentanza, di uguaglianza del voto e di responsabilità democratica.
La Corte costituzionale lo aveva già detto nel 2021
Su questo punto esiste un precedente di straordinaria importanza.
Con la sentenza n. 240 del 2021, depositata il 7 dicembre di quell’anno, la Corte costituzionale dichiarò inammissibili le questioni sottoposte al suo esame, ma accompagnò quella decisione con un richiamo molto netto al legislatore.
La Consulta spiegò che il sistema allora vigente non appariva in sintonia con le coordinate costituzionali, in particolare per quanto riguarda l’uguaglianza del voto e l’esistenza di strumenti capaci di garantire la responsabilità politica del vertice della Città metropolitana nei confronti degli elettori.
Ancora più significativo è il passaggio nel quale la Corte sottolinea che, con il trascorrere del tempo, diventa sempre più difficile giustificare un meccanismo nato nella fase di prima attuazione della riforma.
La Corte ha quindi sollecitato il Parlamento a intervenire per evitare che le Città metropolitane continuassero a funzionare ancora a lungo in una condizione di non conformità ai principi costituzionali richiamati.
Non fu, dunque, una bocciatura della legge con effetto immediato. Ma fu certamente un monito politico-istituzionale molto forte.
Nonostante questo monito, a oggi nulla è ancora cambiato e i cittadini della provincia di Roma continuano a non poter partecipare alla scelta del sindaco metropolitano.
Cinque anni dopo, il problema resta.
Da quella sentenza sono trascorsi quasi cinque anni e il nodo non è stato ancora definitivamente risolto.
La legge Delrio continua a prevedere che il sindaco metropolitano sia automaticamente il sindaco del Comune capoluogo. La stessa legge contempla la possibilità di un’elezione diretta, ma la subordina all’adozione di un’apposita legge statale sul sistema elettorale, mai approvata.
Nel frattempo, in Parlamento sono state presentate proposte per modificare il sistema e introdurre l’elezione a suffragio universale e diretto dei sindaci metropolitani, ma il problema non ha ancora trovato una soluzione legislativa definitiva.
Roma non può continuare a ignorare la questione.
Per la Città metropolitana di Roma la questione assume una dimensione particolarmente rilevante.
Si tratta di un territorio vastissimo, composto da Roma Capitale e da numerosi Comuni, con esigenze, caratteristiche e problematiche molto differenti.
Eppure il vertice dell’ente viene individuato attraverso un meccanismo legato esclusivamente all’elezione del sindaco del capoluogo.
Questo significa che un cittadino di Rocca Priora, Tivoli, Frascati, Guidonia Montecelio, Velletri, Civitavecchia o di qualsiasi altro Comune della Città metropolitana può essere direttamente interessato dalle decisioni del sindaco metropolitano senza aver avuto alcuna possibilità di concorrere alla sua individuazione.
È difficile non interrogarsi su quanto questo modello sia coerente con il principio secondo cui chi esercita un potere pubblico dovrebbe essere sottoposto a forme effettive di rappresentanza e responsabilità nei confronti della comunità sulla quale quel potere viene esercitato.
La scelta spetta al Parlamento
La Corte costituzionale non ha indicato una sola soluzione obbligatoria.
Ha riconosciuto al legislatore un margine di scelta: si può prevedere un’elezione diretta, oppure costruire un diverso sistema di elezione indiretta realmente rappresentativo dell’intera comunità metropolitana; si possono inoltre introdurre meccanismi di raccordo fiduciario tra sindaco metropolitano e consiglio.
Quello che non appare più rinviabile è affrontare il problema.
Una Città metropolitana non può essere soltanto un grande apparato amministrativo.
È un’istituzione politica che esercita competenze importanti e gestisce risorse pubbliche rilevanti.
E proprio per questo deve essere posta nelle condizioni di avere una rappresentanza democratica pienamente coerente con i principi costituzionali.
Non è una battaglia contro qualcuno: è una battaglia per la democrazia!
La questione non riguarda il nome dell’attuale sindaco metropolitano, né l’appartenenza politica di chi ricoprirà domani quella carica.
Riguarda il principio.
Non si può chiedere ai cittadini di partecipare, attraverso il voto, alla scelta dei propri amministratori comunali e, contemporaneamente, lasciare priva di un’effettiva rappresentanza elettorale la guida dell’ente sovracomunale che esercita competenze fondamentali sul loro territorio.
La sentenza n. 240 del 2021 ha messo questo problema nero su bianco.
Ora la parola deve tornare alla politica e, soprattutto, al Parlamento.
La Città metropolitana è un’istituzione che governa i cittadini.
È arrivato il momento che anche i cittadini della provincia possano concorrere realmente alla scelta di chi la governa.
Franco Spoto
