È una storia che comincia come una buona notizia e finisce come un quesito aperto. Alcuni anni fa, con una forte enfasi istituzionale, prese avvio sul territorio la rete dei defibrillatori semiautomatici esterni, i cosiddetti DAE. All’iniziativa parteciparono più soggetti: l’amministrazione comunale, l’azienda sanitaria locale, le farmacie private che ospitarono i primi dispositivi, le associazioni di volontariato, la Pro Loco e sponsor privati, in un progetto che fu presentato come esempio di collaborazione tra istituzioni e società civile.
I primi dispositivi furono collocati nelle farmacie del centro. Nei mesi successivi le installazioni proseguirono nei plessi scolastici, negli uffici della Polizia Locale, nelle sedi della Pro Loco e presso le principali realtà associative del territorio. L’obiettivo dichiarato era ambizioso: coprire capillarmente il territorio e garantire ai residenti una sicurezza sanitaria mai sperimentata prima. L’investimento iniziale, sostenuto con risorse pubbliche e private, fu presentato come una spesa necessaria e lungimirante.
Ma un DAE ha bisogno di cure. Batterie, elettrodi adesivi e assistenza tecnica richiedono costi ricorrenti che, negli anni, non risultano essere stati programmati in modo strutturale. Gli aggiornamenti dei presidi si sono progressivamente rallentati e alcuni apparecchi sarebbero andati incontro a obsolescenza. Altre postazioni, secondo quanto segnalato, sarebbero state rimosse senza comunicazioni ufficiali e senza che le ragioni fossero rese note alla cittadinanza. Il risultato è che oggi nessuno sa con certezza quanti DAE siano installati sul territorio e, soprattutto, quanti siano effettivamente funzionanti. Non risulta disponibile un registro pubblico aggiornato e consultabile.
La questione non è di dettaglio. In caso di arresto cardiaco, ogni minuto senza intervento riduce drasticamente le possibilità di sopravvivenza, e un dispositivo scarico o rimosso equivale a un presidio inesistente. Le associazioni di volontariato segnalano da tempo la criticità: i corsi di formazione all’uso del DAE restano attivi, ma chi ha imparato a utilizzare queste macchine non trova sempre strumenti pronti all’impiego e a pagarne le conseguenze sono sempre i cittadini.
Gabriele Steri
