Lo scorso 19 maggio 2026, nell’emiciclo del Parlamento europeo riunito in sessione plenaria a Strasburgo si è tenuta una cerimonia destinata a entrare nella storia delle istituzioni comunitarie: il primo conferimento dell’Ordine europeo al Merito, la nuova onorificenza istituita dall’Unione europea per premiare chi ha contribuito in modo straordinario all’integrazione del continente e alla difesa dei suoi valori fondanti.
Tra i primi insigniti figurano nomi simbolo della storia europea contemporanea: Angela Merkel, protagonista della politica europea per oltre quindici anni; Lech Wałęsa, volto della lotta democratica contro il regime comunista in Polonia; e Volodymyr Zelensky, la cui inclusione assume un forte valore politico e simbolico nel pieno della guerra tra Ucraina e Russia.
La cerimonia ha riunito figure di primo piano della politica, della cultura e delle istituzioni europee, tra cui Maia Sandu, il cardinale Pietro Parolin e l’ex presidente della BCE Jean-Claude Trichet. L’Ordine nasce in occasione del 75° anniversario della Dichiarazione Schuman, il discorso pronunciato il 9 maggio 1950 dall’allora ministro degli Esteri francese Robert Schuman, considerato l’atto fondativo dell’Europa unita. In quel contesto, ancora segnato dalle ferite della Seconda guerra mondiale, Schuman propose di mettere in comune la produzione franco-tedesca di carbone e acciaio, ponendo le basi della futura Comunità europea del carbone e dell’acciaio e, successivamente, dell’Unione europea.
Il nuovo riconoscimento rappresenta la prima onorificenza civile conferita direttamente da un’istituzione dell’Unione. Secondo il Parlamento europeo, l’obiettivo è rafforzare il senso di identità comune europea e valorizzare chi difende principi come pace, democrazia, stato di diritto e dignità umana.
L’Ordine europeo al Merito si articola in tre livelli: membro, membro onorevole e membro insigne. Ogni anno potranno essere premiate fino a venti personalità. Un segnale politico e culturale con cui Bruxelles prova a costruire non solo istituzioni comuni, ma anche una memoria condivisa europea.
A cura di Rosaria Anna Gerardi

