Ci sono vicende che nascono all’interno di una famiglia ma che finiscono per appartenere alla memoria di un’intera comunità. Storie custodite per anni nei ricordi, nelle fotografie ingiallite dal tempo, nelle divise conservate con cura e nei racconti tramandati da una generazione all’altra. È da questo patrimonio di memoria che prende vita “Sotto il sole di Tobruk”, il nuovo romanzo di Rita Leonetti, scrittrice e docente di Lingua e Letteratura Inglese, che riporta l’attenzione su una pagina della storia italiana spesso rimasta ai margini del racconto collettivo.

L’occasione per parlarne nasce da una piacevole conversazione con l’autrice, davanti a un caffè, durante la quale emerge subito il legame profondo che unisce la vicenda narrata alla storia della sua famiglia. Il romanzo trae infatti ispirazione dall’esperienza realmente vissuta dal padre Antonio Leonetti, giovane ufficiale dell’Esercito italiano che, appena uscito dall’Accademia Militare di Modena, si trovò catapultato nella drammatica realtà della Seconda guerra mondiale.

Attraverso le sue parole si comprende come il libro sia nato dal desiderio di trasformare una memoria privata in una memoria condivisa. Il protagonista affronta gli eventi della campagna del Nord Africa senza essere preparato all’orrore della guerra. Dopo la caduta di Tobruk viene catturato e trasferito, insieme a migliaia di altri ufficiali italiani, in un campo di prigionia in India. Una vicenda storicamente documentata che nel romanzo assume una forte dimensione umana.

Rita Leonetti racconta non soltanto la prigionia e le difficoltà materiali affrontate da quei giovani militari, ma soprattutto le emozioni, le paure, le speranze e la capacità di trovare la forza per resistere. Nel campo di prigionia nascono amicizie profonde, rapporti destinati a durare nel tempo e a diventare un sostegno indispensabile nei momenti più difficili. Le vicende personali dei protagonisti si intrecciano così con gli avvenimenti della grande Storia, offrendo al lettore uno sguardo che va oltre la semplice ricostruzione degli eventi bellici.

Definire “Sotto il sole di Tobruk” un semplice romanzo storico sarebbe riduttivo. Certamente la ricostruzione degli eventi occupa un ruolo importante, ma il libro si sviluppa anche come un romanzo di formazione e come una storia di resistenza morale e resilienza. Il protagonista cresce attraverso le prove che la vita gli impone, maturando una consapevolezza che lo accompagnerà ben oltre gli anni del conflitto. Nel corso della conversazione emerge con chiarezza un altro aspetto centrale dell’opera: il valore della memoria. Per l’autrice conoscere il passato rappresenta uno strumento indispensabile per comprendere il presente. La memoria storica condivisa diventa così un autentico atto di civiltà, capace di trasmettere valori e insegnamenti alle nuove generazioni. Non a caso il romanzo nasce dalla volontà di ricordare i tanti giovani italiani che affrontarono la guerra lontano dalla propria terra, spesso pagando un prezzo altissimo in termini di sofferenza e sacrificio.

Un capitolo a parte merita la prefazione del romanzo, firmata dalla dottoressa Marwa Fawzy, professore associato di Letteratura Italiana presso l’Università Ain Shams del Cairo ed ex Addetto culturale dell’Ambasciata della Repubblica Araba d’Egitto a Roma. Nelle sue parole emerge una delle chiavi di lettura più originali dell’opera: la memoria non come patrimonio esclusivamente nazionale, ma come luogo d’incontro tra popoli e culture. La studiosa richiama infatti la figura di Vittorio Scalise, che proprio in Egitto visse esperienze e incontri destinati a rimanere impressi per tutta la vita, mantenendo sempre vivo il ricordo della cultura dell’accoglienza del popolo egiziano. Un legame tanto profondo da spingerlo a tornare più volte ad El Alamein alla ricerca di quel beduino e della sua famiglia che lo avevano accolto negli anni difficili del dopoguerra.

La prefazione dedica inoltre un sentito ringraziamento a Emilio Scalise, che ha condiviso con la docente il racconto delle vicende paterne e favorito l’incontro con Rita Leonetti. Secondo Marwa Fawzy, nelle pagine del romanzo la storia reale e la narrazione si fondono restituendo emozioni autentiche e valori universali capaci di superare ogni confine geografico. È proprio in questa prospettiva che assume particolare significato il personaggio di Vittorio Scalise, amico del protagonista Antonio Leonetti. Una figura ispirata a una vicenda realmente accaduta nell’area di El Alamein nel dopoguerra e utilizzata dall’autrice per ricordare i profondi rapporti umani e culturali che nel corso del tempo hanno unito italiani ed egiziani. Un aspetto affascinante del romanzo che merita certamente un approfondimento specifico e sul quale torneremo in una prossima occasione.

Nelle righe finali della prefazione, la professoressa Fawzy ricorda come rendere omaggio a coloro che hanno vissuto quei tragici eventi rappresenti un dovere morale anche verso le nuove generazioni, che pur non avendo conosciuto direttamente la guerra possono ancora oggi trarre insegnamenti preziosi da quelle esperienze di coraggio, sacrificio e umanità. A rendere ancora più tangibile il legame tra la vicenda narrata e la storia reale della famiglia Leonetti contribuiscono alcune immagini messe a disposizione a corredo di questo articolo dall’autrice insieme allo studioso ed appassionato dottor Emilio Scalise. Tra queste spicca la fotografia di un relitto originale della macchina crittografica tedesca Enigma, un reperto che conserva ancora oggi il fascino e il mistero di una delle pagine più complesse della storia del Novecento. Proprio l’osservazione di questi reperti, legati agli anni della campagna nordafricana, ha contribuito a riaccendere nell’autrice il ricordo delle vicende paterne e ad alimentare quel percorso di ricerca e riflessione che avrebbe poi trovato forma nel romanzo.

Accanto al relitto compare anche l’immagine di un rotore originale di Enigma, componente fondamentale del celebre sistema di cifratura utilizzato dalle forze armate tedesche durante il secondo conflitto mondiale. Testimonianze materiali che evocano uno scenario storico complesso e affascinante, sullo sfondo del quale si sviluppano le vicende narrate nel libro. Particolarmente significativa è infine la fotografia dell’uniforme del Sottotenente Antonio Leonetti, padre dell’autrice. Un documento familiare di grande valore affettivo e storico che restituisce concretezza alla vicenda dalla quale prende avvio il racconto e che ricorda come dietro le pagine della Storia vi siano sempre uomini in carne e ossa, con le loro speranze, le loro paure e il loro coraggio.

Nata a Catanzaro e residente a Roma, Rita Leonetti insegna Lingua e Letteratura Inglese ed è autrice dei romanzi La ragazza di Tor di Nona, La contessa di Trastevere e Il marinaio burbero del Circeo. Ha inoltre collaborato con Historica Edizioni e con l’antologia I Racconti di Sabaudia. Con Sotto il sole di Tobruk, il suo quarto romanzo, conferma una particolare sensibilità nel raccontare vicende umane che si intrecciano con i grandi eventi della storia. Più che un romanzo di guerra, quello di Rita Leonetti è un omaggio alla memoria. Un invito a non dimenticare uomini e vicende che hanno contribuito a costruire il nostro passato e che ancora oggi possono offrire una preziosa lezione di dignità, amicizia e speranza.

Foto a corredo dell’articolo gentilmente concesse da Rita Leonetti e dal dottor Emilio Scalise: il relitto di una macchina Enigma, un rotore originale del celebre sistema di cifratura tedesco e l’uniforme del Sottotenente Antonio Leonetti, padre dell’autrice.
Massimiliano Baglioni