La Francia prova a mettere un freno all’utilizzo dei social network da parte dei più giovani, ma il percorso verso un vero e proprio divieto si rivela più complesso del previsto.
Al centro del dibattito c’è la legge voluta per proteggere bambini e adolescenti dai rischi legati a un utilizzo sempre più precoce e intenso delle piattaforme social. Il Parlamento francese aveva approvato un provvedimento che prevedeva il divieto di accesso ai social network per i minori di 15 anni, con l’obiettivo di far entrare in vigore la misura dal 1° settembre 2026.
Il 14 agosto, però, è arrivato lo stop del Consiglio costituzionale francese, che ha censurato proprio la disposizione relativa al divieto generalizzato per gli under 15.
La questione resta comunque aperta e riporta al centro del dibattito europeo un interrogativo sempre più urgente: fino a che punto è necessario limitare l’accesso dei giovanissimi ai social network?
Perché la Francia ha deciso di intervenire
Alla base della stretta c’è la crescente preoccupazione per gli effetti che un uso eccessivo dei social può avere sui più giovani.
Nel dibattito parlamentare francese sono stati richiamati problemi come la cattura continua dell’attenzione, i disturbi del sonno, l’ansia e il cyberbullismo, oltre all’impatto dei sistemi di raccomandazione algoritmica che spingono gli utenti a rimanere collegati sempre più a lungo.
Il tema non riguarda soltanto il tempo trascorso davanti allo schermo. Sui social bambini e adolescenti possono entrare in contatto con contenuti inadatti alla loro età, modelli estetici irrealistici, fenomeni di violenza online e dinamiche capaci di influire sull’autostima e sulle relazioni.
Cosa prevedeva il divieto
Il testo approvato dal Parlamento stabiliva che i minori di 15 anni non potessero accedere ai servizi di social network.
Erano previste alcune eccezioni, tra cui le enciclopedie online, i repertori educativi o scientifici e determinate piattaforme dedicate allo sviluppo e alla condivisione di software e progetti digitali con finalità educative.
Per gli account già esistenti prima dell’entrata in vigore della legge, era stato inoltre previsto un periodo transitorio di quattro mesi.
Il provvedimento comprendeva anche un’estensione delle limitazioni all’utilizzo dei telefoni cellulari negli istituti scolastici superiori.
Lo stop del Consiglio costituzionale
Il percorso della legge ha però incontrato un ostacolo importante.
Il 14 agosto il Consiglio costituzionale ha censurato la disposizione che introduceva l’interdizione generale dei social network per i minori di 15 anni.
Già durante l’iter parlamentare erano emersi dubbi sulla compatibilità di un divieto così ampio con i principi costituzionali e con il quadro normativo dell’Unione europea.
La Francia si trova quindi davanti alla necessità di individuare strumenti diversi e giuridicamente sostenibili per raggiungere l’obiettivo che aveva posto al centro della legge: aumentare la protezione dei minori nell’ambiente digitale.
Protezione o divieto?
Ed è proprio questo il punto che va oltre i confini francesi.
Vietare è davvero la soluzione?
Da una parte c’è l’esigenza di tutelare bambini e adolescenti da strumenti progettati per catturare l’attenzione e capaci di esporli a rischi reali. Dall’altra c’è la difficoltà concreta di applicare un limite di età in un ambiente digitale che non conosce confini nazionali.
C’è poi il tema della responsabilità delle famiglie, dell’educazione digitale e delle stesse piattaforme.
Una legge può stabilire un’età minima, ma difficilmente potrà sostituire completamente il ruolo degli adulti nell’accompagnare i ragazzi verso un utilizzo più consapevole della tecnologia.
Un dibattito destinato a continuare
Il caso francese potrebbe rappresentare comunque un passaggio importante nel confronto europeo sulla protezione dei minori online.
La questione non è più soltanto stabilire quanto tempo un adolescente debba trascorrere davanti allo smartphone, ma decidere quali responsabilità debbano assumersi piattaforme, istituzioni e famiglie.
Lo stop al divieto generalizzato non chiude quindi il problema.
Al contrario, apre una domanda che riguarda ormai tutta l’Europa: come proteggere i ragazzi dai rischi dei social senza pensare che sia sufficiente semplicemente spegnere uno schermo?
Ottavia Lavino
