Il deserto appare ostile, ma può insegnare agli uomini il valore dell’incontro. Tra paesaggi che cambiano con il vento e distanze difficili da attraversare, una mano tesa diventa un riferimento prezioso. È l’accoglienza, profondamente radicata nella cultura egiziana, il filo che ha attraversato la presentazione di “Sotto il sole di Tobruk”, il romanzo di Rita Leonetti protagonista dell’appuntamento di giovedì 22 ottobre all’Accademia d’Egitto a Roma.
Nella cornice di Villa Borghese, alla presenza della direttrice dell’Accademia, Dott.ssa Rasha Saleh, la conversazione ha intrecciato vicende storiche e testimonianze familiari. Massimiliano Baglioni, della redazione Canale81 Lazio, ha moderato il dialogo con l’autrice, la professoressa Marwa Fawzy ed Emilio Scalise, medico e psicoterapeuta, giornalista pubblicista e fotoreporter, studioso della Seconda guerra mondiale con particolare interesse per il fronte nordafricano.
A ospitare l’appuntamento, gli ambienti modernissimi dell’Accademia d’Egitto, inaugurati all’inizio del XXI secolo: una struttura che custodisce e valorizza la cultura e le tradizioni egiziane, promuovendone la conoscenza attraverso l’incontro.
Rita Leonetti ha ripercorso la nascita dell’opera, riportando al centro gli uomini che vissero la guerra sul fronte nordafricano, tra Tobruk ed El Alamein, e conobbero poi la prigionia nel campo britannico di Yol, in India, ai piedi dell’Himalaya. Protagonisti di quel momento storico, dei quali il romanzo restituisce soprattutto la dimensione umana: le sofferenze, i ricordi e le relazioni nate nelle difficoltà.
L’autrice ha ricordato l’attenzione che i militari indiani seppero riservare agli ufficiali italiani prigionieri. Rapporti nei quali, pur dentro la durezza della detenzione, emergeva il riconoscimento reciproco tra soldati, oltre la distinzione tra chi sorvegliava e chi era sorvegliato. Un’esperienza che ha ampliato la riflessione sull’accoglienza, mostrando come il rispetto possa trovare spazio anche nelle condizioni imposte dalla guerra.
A dare un volto a questo tema è stata la testimonianza di Emilio Scalise, che ha ricordato il padre Vittorio Scalise, citato nel libro, raccontando il suo incontro con una famiglia egiziana e l’ospitalità ricevuta. Da quell’esperienza nacque un legame con l’Egitto destinato a durare nel tempo. Il successivo ritorno del padre a Tobruk e al sacrario di El Alamein ha rappresentato anche uno degli stimoli alla realizzazione del romanzo.
Proprio quel racconto ha portato al centro del dialogo la capacità di accogliere lo straniero nella cultura del popolo egiziano. Il deserto è stato evocato come un ambiente aspro in apparenza, le cui difficoltà hanno contribuito a formare comunità nelle quali la conoscenza del territorio si accompagna alla necessità di aiutarsi. Il caldo del giorno, il freddo della notte e il vento che modifica i punti di riferimento rendono preziosi l’esperienza condivisa e il sostegno reciproco.
In questa lettura, conoscere significa anche mettere il proprio sapere a disposizione di chi arriva: indicare una direzione, offrire riparo, riconoscere una difficoltà. Una riflessione estesa ai viaggiatori e a chi attraversa le sabbie durante gare e competizioni motociclistiche, trovando nelle persone del luogo un aiuto nei momenti più impegnativi. Il territorio che sembra separare diventa così occasione di relazione.
Sulla vicinanza tra Italia ed Egitto si è soffermata Marwa Fawzy, già addetta culturale dell’Ambasciata egiziana in Italia e docente di Letteratura italiana all’Università di Ain Shams. Un legame ripreso da Baglioni attraverso l’immagine del Mediterraneo come ponte d’acqua, capace di collegare due culture affacciate sulle sue sponde.
All’ingresso della sala, una piccola mostra raccoglieva reperti, sabbia di El Alamein e copricapi militari. Particolare interesse ha suscitato la macchina Enigma portata da Emilio Scalise, strumento utilizzato per cifrare e decifrare comunicazioni militari, sul quale i segni del tempo rendevano tangibile il passato raccontato durante l’incontro.
Al termine della conversazione, il professor Giuseppe Anelli, presidente della Fondazione Sapientia Mundi, ha omaggiato Rita Leonetti, Marwa Fawzy, Emilio Scalise, Massimiliano Baglioni e Rasha Saleh con una croce di Horus realizzata da bambini con focomelia e una medaglia di riconoscimento raffigurante la Nike. Nel significato attribuito al dono, il simbolo della vittoria si è accompagnato al richiamo alla luce del faro di Alessandria, come immagine di unione tra il mondo egiziano e quello italiano.
Un buffet con dolci arabi e bevande ha prolungato la conversazione, trasformando anche il momento conclusivo in un’esperienza di ospitalità. A restare sono state soprattutto le testimonianze: là dove il paesaggio mette alla prova, una persona può diventare il punto di riferimento che manca.
È in quei gesti che l’accoglienza e il rispetto assumono il loro significato più concreto, indicando la possibilità di costruire rapporti umani capaci di superare confini e divisioni.

