Giovane aspirante scrittore si innamora a prima vista, nella Bologna appena uscita dalla seconda guerra mondiale, di un’avvenente ausiliaria statunitense. Si trasferirà, di conseguenza, proprio negli Stati Uniti, nella casa adiacente a quella della madre della ragazza intento alla stesura del suo romanzo e, soprattutto, alla ricerca della propria amata. Verrà però a conoscenza di alcune realtà inquietanti, che lo riporteranno in Italia per scoprire la verità in merito ad alcuni omicidi dai contorni efferati. Ma cosa succederebbe se tutto questo, invece, fosse frutto della sua malsana fantasia? Dopo l’ottimo La quattordicesima domenica del tempo ordinario Avati torna al genere a lui più congeniale: il gotico. Quello, per intenderci, che ha costellato gli inizi della sua carriera, tramite opere come La casa dalle finestre che ridono rimaste, a distanza di anni, nell’immaginario collettivo dei suoi seguaci. Riguardo la filmografia del regista bolognese, possiamo delineare i tratti di un sotto genere specifico dei film dell’orrore: l’agghiacciante spavento dovuto alla narrazione delle favole ambientate nella regione della pianura padana. Tali racconti hanno influenzato in maniera profonda la formazione di tale cineasta, portandolo a scrivere pagine molto interessanti all’interno di tale cinematografia. L’orto americano si inserisce in maniera magistrale in questa direzione. Il film è girato tramite una suggestiva fotografia interamente votata al bianco e nero, situazione ambiziosa e non comune per i tempi odierni, mantenendo la tensione dall’inizio fino alla fine. Gli effetti speciali, curati da Sergio Stivaletti, come sempre si rivelano impeccabili, accompagnando lo spettatore nei momenti meno scontati ed imprevedibili della narrazione verso la giusta dose di terrificante disgusto. Avati gira, ancora una volta, in maniera sontuosa ed impeccabile: sono infatti presenti, disseminati durante lo svolgimento della trama, i tipici movimenti di macchina che da sempre caratterizzano la sua visione del cinema, arrivando a tratteggiare punti di vista dalla panoramica ancora più alta: il suo pensiero riguardo il rapporto tra la vita e la morte. Non a caso, tra i suoi topoi più ricorrenti, ritroviamo le tematiche del dialogo con i defunti, il rapporto conflittuale tra fratelli e le illusioni in materia di amore e nei sentimenti. Fino a sconfinare, spesso, nel delirio. Come se non fosse sufficiente la colonna sonora suggella il senso di terrore e di angoscia in maniera quasi perenne, contribuendo a rendere L’orto americano un pilastro del percorso artistico di Avati.    

Roberto Incanti