Servizio di Gabriele Steri

A Roma antica, quando il freddo di gennaio cominciava ad allentare la morsa e la luna nuova illuminava appena il cielo, le famiglie si raccoglievano ai crocicchi delle strade o davanti alle “compita” piccoli altari di pietra ai margini delle proprietà per onorare i “Lari” e i “Penati”. Non si trattava di riti di sudditanza verso divinità lontane o minacciose, ma di un atto di “pietas”: quel nodo stretto tra memoria, responsabilità e continuità che la cultura romana considerava fondamento dell’ordine civile e morale.

I Lari, protettori degli incroci e dei confini, e i Penati, custodi del focolare domestico, non erano entità astratte. Erano, secondo la più antica e diffusa convinzione, le anime dei defunti dei padri, delle madri, degli antenati trasfigurate in presenze vigilanti. Non giudicavano nel senso cristiano del termine; piuttosto, <osservavano>. E la loro benevolenza dipendeva da un’unica cosa: la coerenza con cui i vivi mantenevano fede al patto con il passato coltivando la terra, rispettando le parole date, curando i legami di sangue e di comunità.

Questa forma di religiosità per nulla mistica, ma profondamente “pratica”era intrisa di spirito stoico, ben prima che Zenone insegnasse ad Atene. Il culto dei Lari non prometteva salvezza ultraterrena, né redenzione automatica: chiedeva “costanza”. Chiedeva che il capofamiglia accendesse la lucerna ogni sera, che la madre preparasse il cibo con cura rituale, che i giovani imparassero a nominare i morti senza pudore, come parte del presente. Era, in sostanza, una disciplina della memoria: una delle espressioni più antiche di quella “askesis” che gli Stoici avrebbero chiamato “prosochē” attenzione, vigilanza, presenza a se stessi attraverso il richiamo costante del tempo passato.

Oggi, nessuno o quasi parla più dei Lari. Eppure, basta entrare in una casa italiana, specie in certe zone del Sud o nelle campagne toscane, emiliane, venete, per accorgersi che il rito non è scomparso: si è “traslato”. Sull’angolo di un mobile, spesso vicino alla finestra, c’è un’immagine sacra : san Giuseppe, santa Rita, la Madonna di Polsi… con una piccola lampada a olio o una candela elettrica che arde ininterrottamente. Intorno, non di rado, le fotografie dei defunti. Non sono “ricordi”, nel senso sentimentale del termine: sono “presenze attive”, evocate e mantenute vive attraverso un gesto quotidiano e silenzioso.

Nessuna autorità ecclesiastica ha mai prescritto questa usanza. Non è liturgia, non è devozione obbligata. È, al contrario, una sopravvivenza spontanea un “rito familiare” che resiste con tenacia persino alle accelerazioni della modernità, ai traslochi, all’abbandono dei centri storici. Una donna anziana amica di mia nonna, vedova da vent’anni, mi raccontava: «Quando spengo la luce, prima di andare a dormire, guardo la fiamma, e dico: “Buonanotte, papà. Buonanotte, nonna. Riposatevi, che ci penso io”». Non c’è invocazione di miracoli. Non c’è paura dell’inferno. C’è solo il senso del dovere “officium”, avrebbero detto i Romani e la consapevolezza che la famiglia non è un’entità biologica momentanea, ma un continuum che attraversa le generazioni.

Questa continuità non è conservatorismo. È stabilità interiore. Ed è qui che il vecchio culto romano incontra, senza sforzo, l’etica stoica: perché sia per Epitteto che per Cicerone (profondamente influenzato dallo stoicismo medio), vivere bene significava anzitutto “conoscere il proprio posto nel cosmo” e quel posto era definito, innanzitutto, dai legami che ci precedono.

La lampada accesa davanti al santo e alle foto non è superstizione. È un atto di “autodisciplina morale”: un modo per ricordare, ogni sera, che non siamo soli, che non siamo i primi, che non siamo i padroni assoluti del nostro destino e che, dunque, dobbiamo agire con misura, con rispetto, con “dignitas”.

In un tempo in cui l’identità sembra dissolversi in flussi digitali e narrazioni volatili, quella piccola fiamma che brucia ininterrottamente da generazioni, in case sempre più vuote forse ci dice più di quanto crediamo: non che i morti sono vivi, ma che i vivi, per essere tali davvero, devono saper custodire chi li ha preceduti.

E questo, oggi come allora, è l’unico vero culto che resiste non perché sia stato imposto, ma perché è stato, semplicemente, “vissuto”.