Una scoperta che ha dell’incredibile quella avvenuta tra le mura della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma. Un ponte invisibile, lungo oltre milleduecento anni, ha improvvisamente unito l’abbazia di Nonantola con le lande dell’Inghilterra settentrionale, restituendo agli studiosi uno dei tesori più preziosi della letteratura mondiale: il più antico poema conosciuto in lingua inglese.
Il ritrovamento: l’Inno di Cædmon torna alla luce
Il cuore della scoperta è il testo dell’Inno di Cædmon, un componimento poetico di rara bellezza attribuito a un pastore dell’Inghilterra del Nord vissuto nel VII secolo. I ricercatori del Trinity College di Dublino, grazie a un certosino lavoro di analisi sulle collezioni digitalizzate, sono riusciti a identificare il poema all’interno di un manoscritto risalente a un periodo compreso tra l’800 e l’830 d.C.
Si tratta del terzo esemplare più antico al mondo di questo inno, ma con una caratteristica che lo rende unico: a differenza degli altri codici coevi, dove i versi venivano spesso aggiunti frettolosamente a margine o alla fine del volume, qui il poema in antico inglese è integrato nel corpo principale del testo. Una prova dell’importanza che i copisti dell’epoca attribuivano già a queste parole.
Dall’Abbazia di Nonantola al furto nell’Ottocento
Il manoscritto, che contiene la celebre “Historia” di Beda il Venerabile, non è un prodotto d’importazione, ma fu realizzato proprio in Italia, presso la prestigiosa Abbazia di Nonantola. Questo dettaglio accende nuove luci sui profondi legami culturali che univano l’Italia centro-settentrionale e l’Inghilterra nell’alto Medioevo.
La storia del volume è degna di un romanzo: durante le guerre napoleoniche fu spostato nella chiesa di San Bernardo alle Terme a Roma, da dove fu rubato nel XIX secolo. Da quel momento, del codice si persero le tracce e per lungo tempo gli studiosi lo ritennero perduto per sempre. Solo dopo numerosi passaggi di mano, il documento è finalmente confluito nei fondi della Biblioteca Nazionale di Roma, “nascondendosi” tra i migliaia di volumi della collezione.
La magia del digitale e la collezione Sessoriana
«La magia della digitalizzazione ha permesso di riconoscere l’importanza di questo codice», spiegano dal Trinity College. È stato proprio il libero accesso online alle collezioni a permettere ai ricercatori irlandesi di studiare il manoscritto romano pur trovandosi a Dublino.
Oggi, la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma custodisce la più vasta collezione di codici di Nonantola, con ben 45 manoscritti databili tra il VI e il XII secolo. Come confermato dalla dottoressa Valentina Longo, curatrice della collezione, l’intero fondo è ora digitalizzato e disponibile per studiosi e curiosi di tutto il mondo.
Damiano Lalli
