La strada verso l’autonomia di Roma si fa in salita, trasformandosi nell’ennesimo terreno di scontro politico che rischia di rallentare un processo atteso da vent’anni. Il primo via libera della Camera al disegno di legge costituzionale sui poteri di Roma Capitale, avvenuto il 29 aprile, doveva essere una giornata di celebrazione istituzionale; si è trasformata invece in un “caso” diplomatico tra il Nazareno e Palazzo Chigi, con il sindaco Roberto Gualtieri stretto tra la lealtà al proprio partito e la necessità di portare a casa il risultato per la città.
Il primo sì e la spaccatura del “campo largo”
Il voto alla Camera ha sancito il primo passo ufficiale per la modifica dell’articolo 114 della Costituzione, con l’obiettivo di inserire Roma Capitale tra i livelli di governo della Repubblica e dotarla di poteri legislativi propri. Un traguardo storico che ha visto convergere i partiti di maggioranza e Azione, ma che ha registrato la brusca frenata del centrosinistra. Mentre il Partito Democratico ha scelto la via dell’astensione, il Movimento 5 Stelle e l’Alleanza Verdi-Sinistra hanno votato contro, frantumando l’asse del “campo largo” proprio su una delle partite più delicate per il governo cittadino.
L’attacco di Meloni e la posizione del Sindaco
La reazione della premier Giorgia Meloni non si è fatta attendere ed è stata durissima. La presidente del Consiglio ha parlato di “patti traditi”, accusando il PD di non aver rispettato gli impegni presi durante un percorso che, finora, era stato considerato pienamente condiviso e che aveva accolto molte delle proposte avanzate proprio da Roberto Gualtieri.
Dal canto suo, il primo cittadino si trova in una posizione di estremo equilibrio. Pur accogliendo positivamente il proseguimento dell’iter, Gualtieri non ha nascosto un certo rammarico per il clima di tensione che ha impedito un consenso più ampio. La linea del Campidoglio, pur mediata dalle dinamiche di partito, resta focalizzata sull’obiettivo finale, ma con un distinguo fondamentale: senza una legge ordinaria d’attuazione e, soprattutto, senza certezze sulle risorse economiche, la riforma rischierebbe di restare una “scatola vuota” priva degli strumenti per operare davvero.
Risorse e legge ordinaria: il nodo del PD
Per i dem, quella di ieri è stata definita una “astensione costruttiva”. Roberto Morassut, tra i principali promotori della riforma, ha chiarito che il voto non è un giudizio negativo sul merito, ma una richiesta di garanzie concrete. Il Partito Democratico chiede che il Governo presenti parallelamente una legge ordinaria che specifichi i mezzi finanziari necessari per attuare il nuovo quadro normativo. Il timore, condiviso dal Sindaco, è che il Campidoglio riceva nuove e pesanti competenze senza però avere il portafoglio necessario per gestirle, trasformando un successo istituzionale in un onere insostenibile per le casse comunali.
Le critiche di M5S e Avs
Ancora più netto è il distacco degli altri alleati di coalizione. Il Movimento 5 Stelle teme che la riforma possa accelerare processi urbanistici deregolamentati, citando polemicamente il “modello Milano”, mentre Alleanza Verdi-Sinistra ha bocciato senza appello il testo definendolo un “obbrobrio”. Queste posizioni allontanano la prospettiva di una conclusione rapida dell’iter, che richiede quattro passaggi parlamentari e una maggioranza solida per evitare il rischio di un referendum confermativo che farebbe slittare tutto ben oltre la scadenza del 2027.
Damiano Lalli
