Il grande sogno civico del centrodestra per la riconquista di Roma è svanito nel perimetro di un campo di calcio. Giovanni Malagò, l’uomo su cui Giorgia Meloni e i leader della coalizione avevano puntato tutto per sfrattare Roberto Gualtieri dal Campidoglio, ha ufficialmente sfilato il piede dalla scarpa politica. Ad inchiodarlo alle sue storiche passioni, ironia della sorte, è stato il fallimento della Nazionale di Rino Gattuso, rimasta clamorosamente fuori dai Mondiali di quest’estate. Il terremoto sportivo ha spinto l’ex numero uno del Coni a depositare, lo scorso 14 maggio, la sua candidatura ufficiale alla presidenza della Figc. Addio corsa a Sindaco, all’orizzonte c’è la governance del pallone italiano.
La decisione ha gettato Fratelli d’Italia e gli alleati nelle sabbie mobili di un ritardo già ufficiale. Ad oggi, 18 maggio 2026, il centrodestra si ritrova a un anno dal voto senza un leader e con l’estate alle porte, un buco nero di due mesi che congelerà di fatto l’inizio della campagna elettorale. Nel frattempo, sul fronte opposto, il sindaco uscente Roberto Gualtieri si è già mosso d’anticipo: ha ingaggiato un “guru” della comunicazione e ha lanciato una raccolta fondi in stile americano, supportata da una piattaforma digitale per arruolare volontari in ogni quartiere. La strada per la coalizione di governo è già in ripida salita, tanto da spingere la Premier Giorgia Meloni ad alzare il telefono per dare la “sveglia” ai suoi: entro fine maggio è stata convocata una riunione d’urgenza dei vertici del partito per trovare una quadra.

Il fallimento della tempistica e il pressing degli alleati

Il ritardo del centrodestra assume i contorni di un paradosso strategico. Nell’autunno del 2025, i vertici romani di Fratelli d’Italia avevano teorizzato la necessità assoluta di blindare il nome del candidato entro marzo 2026, proprio per disporre dei tempi tecnici necessari a strutturare la campagna ed evitare lo storico flop del 2021 con l’avvocato Enrico Michetti. Quella scadenza è ormai scaduta da due mesi e gli alleati di governo hanno iniziato a manifestare aperto nervosismo.
La pressione interna sta salendo di tono giorno dopo giorno; Noi Moderati, il partito di Maurizio Lupi, guidato nel Lazio dal consigliere capitolino Marco Di Stefano, esige l’apertura immediata di un tavolo di confronto corale. La richiesta è chiara: partecipare alle scelte da subito o chiamarsi fuori, per evitare di essere ridotti a semplici comparse in una Regione in cui FdI già detta legge e predilige l’asse con Forza Italia. La Lega di Matteo Salvini, d’altro canto, ha giocato d’anticipo sin da gennaio, proponendo la candidatura di bandiera dell’ex eurodeputato settantenne Antonio Maria Rinaldi. Una figura che la coalizione non prenderà in considerazione, ma che è servita al Carroccio per chiarire che nessun nome calato dall’alto verrà accettato senza il loro preventivo via libera. Nelle ultime ore è intervenuto anche Fabrizio Santori, capogruppo leghista in Campidoglio e storico catalizzatore di voti, che ha lanciato un avvertimento durissimo: «Le grandi città, in primis Roma, hanno bisogno subito di nomi forti, autorevoli e riconoscibili per aprire un percorso vero e vincente. Non possiamo assistere ancora una volta al solito schema dei candidati tirati fuori negli ultimissimi mesi utili».

La tela di Forza Italia e il “No” ai civici di Fratelli d’Italia

Mentre gli altri alleati protestano, Forza Italia ha scelto la via dell’attesa attiva. La coordinatrice romana e assessora regionale Luisa Regimenti non accelera i tempi, ma tesse una fitta tela sul territorio. Nel weekend tra il 7 e il 9 maggio, gli azzurri di Antonio Tajani hanno presidiato ben 18 piazze romane con gazebo municipali, dal centro alle periferie, per redigere insieme ai cittadini il programma sulla sicurezza. Un chiaro segnale di radicamento che dimostra come il partito, in forte ascesa di consensi negli ultimi due anni, intenda far pesare il proprio valore al momento della scelta finale.
Dentro Fratelli d’Italia, intanto, la linea politica è cambiata radicalmente: dopo la doccia fredda subita da Malagò, l’orientamento è quello di abbandonare definitivamente la pista dei candidati civici o tecnici, giudicati troppo volatili. Si cerca un profilo puramente politico.

I nomi sul tavolo: l’opzione Rampelli e la carta Angelilli

A dare la propria immediata disponibilità a scendere in trincea è stato uno dei fondatori di FdI e attuale vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli. Intervistato dai microfoni di Radio Roma Sound, l’esponente della destra romana non si è nascosto: «La politica, almeno per come io l’ho interpretata da quando ero ragazzo, è innanzitutto disponibilità verso gli altri e quindi per quanto io stia bene dove sto, se qualcuno mi dovesse chiedere di scendere in campo non sarei in condizione sicuramente di dire no».

Il nome di Rampelli, pur godendo di un forte seguito nella base identitaria romana, sconta però un grave limite strategico: è considerato troppo divisivo ed “estremo” da Forza Italia e dai moderati, col rischio di allungare i tempi del veto e spaccare la coalizione.

Proprio per questo motivo, nelle ultime ore sta prendendo quota un “jolly” al femminile in grado di pacificare il tavolo dei leader: Roberta Angelilli. Attuale vicepresidente della Regione Lazio, la Angelilli vanta un profilo che unisce una lunghissima militanza politica a una solida esperienza amministrativa e istituzionale. Una figura considerata rassicurante sia per l’ala moderata che per quella sovranista, capace di chiudere la partita dei veti incrociati. Il tempo stringe e la riunione di fine maggio dirà se il centrodestra saprà uscire dall’angolo o se si avvierà verso una nuova, pericolosa scommessa dell’ultimo minuto.
Damiano Lalli