C’è un tratto della strada del Romito, a Monte Compatri, dove il tempo sembra essersi fermato e, al contempo, essersi portato via tutto. Oggi, percorrendo quella via assolata di mezza estate, mi sono fermato un istante a osservare i lavori in corso nel punto esatto in cui, un tempo, troneggiavano due grandi vasche di pietra, fontana e abbeveratoio insieme, alimentate dall’acqua limpida che affiorava dalla sottostante sorgente conosciuta da tutti come “Fontana Laura”.

Bastano pochi secondi, e la memoria corre indietro di mezzo secolo. Eravamo i bambini degli anni Settanta, ginocchia sbucciate e tasche piene di nulla, e quel fontanone era la nostra piccola avventura quotidiana. Ci si radunava lì, con i barattoli di vetro stretti fra le mani, per catturare i girini che guizzavano nell’acqua fresca. Poi, orgogliosi del bottino, li portavamo in classe per la lezione di scienze, convinti di avere tra le dita un frammento di mistero. Le risate, le mani bagnate, il profumo di muschio e di terra: tutto è ancora lì, intatto, in un angolo del cuore. Oggi, di quel fontanone, non è rimasto più nulla. Le vasche sono scomparse, la sorgente tace sotto strati di detriti e di dimenticanza. Eppure, proprio in queste stagioni di siccità implacabile, in cui l’acqua diventa un bene conteso e prezioso, una fonte pubblica e gratuita rappresenterebbe una ricchezza inestimabile per l’intera comunità.

L’augurio, sincero e un po’ malinconico, è che i lavori di pulizia attualmente in corso possano restituire alla “Fontana Laura” il suo antico volto. Del resto, anni fa, furono prelevati campioni della sua acqua e sottoposti ad analisi di laboratorio: il responso sulla potabilità fu ottimo, a conferma che quella sorgente era e potrebbe tornare a essere un dono genuino della terra. Si spera, dunque, che la memoria non resti l’unica fontana ancora piena. Perché un paese senza le sue fontane è un paese che ha smarrito anche i ricordi dei propri bambini.
Gabriele Steri