Le mura degli istituti penitenziari romani tornano a trasudare storie di violenza, isolamento e disperazione. Le notizie emerse dall’ultima inchiesta sul carcere minorile di Casal del Marmo hanno riacceso i riflettori su un sistema che sembra vacillare sotto il peso di accuse gravissime: pestaggi, minacce e umiliazioni ai danni di detenuti giovanissimi. Un quadro che ha spinto la senatrice Ilaria Cucchi (Alleanza Verdi e Sinistra) e la Garante dei detenuti di Roma, Valentina Calderone, a lanciare un grido d’allarme sulla tenuta democratica e umana delle nostre carceri.
Ilaria Cucchi: «La pelle di quei ragazzi racconta ferite e umiliazioni»
Per la senatrice Cucchi, le rivelazioni su Casal del Marmo sono «agghiaccianti». Al centro dell’indagine non ci sarebbero solo presunti abusi fisici, ma una sistematica violazione della dignità dei ragazzi: «La pelle di quei ragazzi racconta ecchimosi, lividi, ferite, escoriazioni. E questi sono solo i danni visibili», ha dichiarato la parlamentare, sottolineando come le conseguenze psicologiche su giovani che hanno tutta la vita davanti siano forse ancora più devastanti.
Il caso diventa inevitabilmente politico, con Cucchi che si scaglia contro l’ipotesi di revisione del reato di tortura: «È chiaro perché il reato di tortura non debba essere toccato. Proprio quel reato che il governo Meloni vorrebbe mettere in discussione». La senatrice ha poi puntato il dito contro i vertici del governo: «I più timidi, come Salvini, dicono di volerlo circoscrivere. Poi ci sono gli estremisti come Delmastro. Ma Alleanza Verdi e Sinistra difenderà questa norma con le unghie e con i denti: indebolirla significherebbe dire che lo Stato è disposto a chiudere gli occhi davanti agli abusi».
Valentina Calderone: «In carcere si muore, mentre si pensa al registro delle docce»
Non meno duro è l’intervento di Valentina Calderone, Garante dei diritti delle persone private della libertà di Roma, che descrive un vero e proprio “baratro”. Calderone ricorda la morte recente di due detenuti a Rebibbia Nuovo Complesso, uno dei quali suicida dopo essere stato «sbattuto come una pallina da ping pong tra carcere e Cpr». La Garante rivela di aver incontrato l’uomo poco prima del gesto estremo: «Era in isolamento, dormiva su un materasso per terra. Lo abbiamo segnalato all’area psichiatrica, ma qualche giorno fa si è ammazzato».
Calderone attacca frontalmente la gestione burocratica del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap): «Mentre in carcere la gente muore, si suicida e viene picchiata, al ministero si preoccupano di interrompere le attività culturali o di inventare il “registro delle docce”». Un’iniziativa, quest’ultima, che obbligherebbe gli agenti a segnare ogni volta che un detenuto in alta sicurezza si lava: «Non serve commentare, vero?», chiede provocatoriamente la Garante.
L’inchiesta e il futuro della normativa
Le indagini su Casal del Marmo, nate anche grazie agli esposti presentati nei mesi scorsi dalla stessa Calderone in seguito alle confidenze ricevute dai ragazzi, dovranno ora accertare le responsabilità penali dei singoli agenti coinvolti. Sullo sfondo resta la battaglia politica: il reato di tortura rimarrà un “presidio di civiltà giuridica”, come auspicato da Ilaria Cucchi, o subirà la revisione chiesta da parte della maggioranza? La pelle dei detenuti romani, per ora, continua a raccontare una realtà che attende risposte non solo giudiziarie, ma profondamente umane.
Damiano Lalli
