L’apparente quiete di una famiglia altoborghese viene messa a soqquadro dall’arrivo, nelle vite dei singoli componenti, di un amico di scuola del loro unico figlio. Costui, per mezzo delle sue azioni e della sua presenza, porterà alla luce dinamiche e traumi mai del tutto affrontati e superati. Alla sua opera prima, dopo cortometraggi di grande impatto visivo, Lin Jianjie arriva dritto al punto: l’analisi degli effetti, per mezzo delle vicissitudini di un microcosmo familiare, che le politiche del figlio unico hanno prodotto sulla società cinese contemporanea. Le inquietudini che sembrano aleggiare, come spettri, sulle vite di ognuno di loro riflettono le contraddizioni, i silenzi e le solitudini che accompagnano, in maniera discreta, le loro esistenze. Nonostante sia solo la sua prima regia, Lin Jianjie sembra già un veterano: per questo motivo sia i movimenti della macchina da presa, così come le singole inquadrature, sembrano rispondere in maniera ottimale al cinema che egli ha in mente e che vuole proporre. Fluido e dinamico, il ritmo narrativo mantiene sempre alta la tensione, fino all’inaspettato epilogo. Il regista conosce alla perfezione tutte le tecniche utili alla costruzione del linguaggio cinematografico; infatti, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, Breve storia di una famiglia non è un lungometraggio che si prefigge una critica alla società cinese, ed alle relative politiche, bensì vuole porre degli interrogativi: la sua massima aspirazione è quella di scuotere dalle fondamenta una generazione sprofondata in una sconfortante indeterminatezza. Potremmo definirla la globalizzazione dell’inquietudine. Un grande film.
Roberto Incanti
Foto: My Movies
